The Dolphin and the Movies
Intervista a Chiara Valenti Omero
Presidente dell’Associazione Maremetraggio e Direttore Artistico del Festival Maremetraggio

Chiara Valenti con Claudio Bisio
Cinema e dintorni raccontati dalla voce di Chiara Valenti Omero, dinamica presidente e direttore artistico di Maremetraggio, festival di corti ed opere prime di Trieste.

Maremetraggio è un festival dedicato ai corti ed alle opere prime, lungometraggi, che hanno avuto una “scarsa” distribuzione nelle sale, per citare le vostre parole. Una scommessa, la vostra, che punta sul talento di giovani promesse e sulle produzioni lontane dalle logiche delle grandi major. Quali sono i motivi che vi hanno spinto a fare questo tipo di scelta?
«Sono ormai diversi anni che dedichiamo una sezione, che si chiama Ippocampo, alle opere prime. Era nata pensando ai tanti cortisti che erano passati per il nostro Festival e che poi avevano fatto il grande salto verso il lungo.
Poi con gli anni è diventato sempre più un lavoro di ricerca di film che appunto non avevano avuto una grande distribuzione, o erano stati “schiacciati” dalle logiche distributive legate alle grandi major, pur essendo magari passati per festival anche importanti come la Mostra del Cinema di Venezia o altri.
Nel tempo è stato comunque interessante, e per certi versi appagante, vedere che giovani cortisti che erano stati in concorso a Maremetraggio erano riusciti a trovare un produttore per il loro esordio (qualcuno persino da noi!).
Anche per quest’anno, ad esempio, mi sono già arrivati diversi lungometraggi di registi che sono stati nostri ospiti in passato, e che mi hanno inviato il loro esordio, forse anche con la speranza di tornare a Trieste, mi riferisco, ad esempio, a Michele Rho, Pippo Mezzapesa, Massimiliano e Gianluca De Serio, tutti amici che fa piacere veder crescere.
Il vero problema comunque, ed è una cosa alla quale sto lavorando, è che purtroppo molti dei registi che hanno fatto il loro primo film, per il quale magari sono stati anche premiati, sono spariti. Insomma, l’impressione è che forse il film più difficile da fare sia l’opera seconda, non l’opera prima!
Ad ogni modo credo fermamente che una delle mission di un festival sia proprio quella di dare visibilità a film che altrimenti, dopo una settimana in sala e quando magari il famigerato “passa parola” comincia a funzionare, spariscono per lasciare spazio a pellicole più commerciali. In questo modo oltretutto si fa un servizio anche per il pubblico, che molto spesso certi film non sa nemmeno che esistano, soprattutto in città come Trieste dove certe pellicole manco arrivano».
Credo, ahimè, che la quasi impossibilità di veder proiettati nei cinema altri film oltre il commerciale sia una situazione molto diffusa in tutta Italia.
Molto interessante la tua considerazione su una questione poco discussa e che, al contrario, merita grande attenzione, ossia la difficoltà, per un regista, di proporre e dare visibilità al proprio lavoro oltre l’opera prima. Investire sul talento e sul futuro dei giovani, creando davvero le opportunità per costruirsi una carriera in divenire, sono cose che un Paese dovrebbe fare sempre. Ci auguriamo che questo possa, prima o poi, avvenire davvero.
Chiara Valenti, sul set del cortometraggio La penna di Hemingway, regia di Renzo Carbonera
“I giovani non hanno voglia di fare nulla e hanno poche capacità”, questo è un liet motiv che si sente ripetere spesso e un po’ ovunque, voi , al contrario, puntate proprio sui giovani. Quanto è importante, anche a livello economico, dare il giusto spazio ai nuovi talenti e valorizzare le tante nicchie cinematografiche che esistono nel sottobosco del cinema italiano?
«Io non credo per niente che i giovani non abbiano voglia di fare nulla e abbiano poche capacità. Anzi!
Credo che il futuro, anche nostro, sia in buona parte in mano ai giovani ed è per questo che bisogna credere in loro e dargli la possibilità di farsi conoscere, di “sgomitare” e di farsi apprezzare.
Oggi come oggi io trovo ci sia un fermento assolutamente positivo nel “sottobosco del cinema italiano”, come lo chiami tu, e ogni tanto è interessante addentrarcisi, proprio per scoprire dove vanno “a parare” i nuovi talenti, che, forse a differenza di quanto accadeva anni fa, hanno la vita sicuramente più difficile e devono sperimentare, trovare nuovi sbocchi e nuove idee per emergere. Facciamoli emergere allora!».
Nella categoria Soprasottovento è possibile inviare anche video realizzati con i videofonini, ritieni che dare spazio, in un festival del cinema, alle nuove tecnologie di massa, che sembrano rendere l’arte a portata di tutti, sia la chiave vincente per coinvolgere in maniera diretta le persone nella magia del cinema?
«Il concorso Soprasottovento è dedicato a tutti coloro che hanno realizzato un filmato che abbia a che fare con il mare, con il vento e con lo spirito “dell’andar per mare”. È stato quindi logico aprire a qualsiasi tipo di supporto, senza dare limitazioni alcuna se non quella di dividere il concorso in due sezioni, una per amatori ed una per professionisti. Sono molto curiosa di vedere che cosa ci arriverà. E comunque si, credo che sia assolutamente giusto, anche per quanto ti ho detto prima, poter dare a tutti la possibilità di esprimersi, con ogni mezzo. Chissà cosa salterà fuori!».
Quest’anno Maremetraggio ha una nuova sezione in concorso, in collaborazione con Barcolana 43, come è nata questa singolare cooperazione fra un festival di cinema e una società sportiva velica?
«Il concorso al quale ti riferisci è appunto Soprasottovento. Io credo tantissimo nelle sinergie, e soprattutto in un momento come questo, di grande difficoltà per quanto riguarda la ricerca dei contributi e delle sponsorizzazioni, sono convinta che una delle strade da percorrere sia proprio quella di avvicinare realtà anche diverse tra loro (o, forse, soprattutto diverse tra loro), capaci di convogliare interessi diversi e di “fare sistema”. L’altr’anno abbiamo iniziato questa collaborazione con Barcolana, che procede a “vele spiegate” e che, anzi, troverà sicuramente altri nuovi sbocchi.
Va da sé che essere partner di un evento così importante per la nostra città e per la nostra Regione non può che essere un plus valore per noi; per contro per Barcolana è positivo poter contare su un evento culturale come il nostro, capace di attrarre un pubblico che è sicuramente, in parte almeno, lontano dal loro, e magari anche degli sponsor che apprezzano questo tipo di partnership . Oltretutto, oggi come oggi, sono le istituzioni stesse che ci chiedono di “fare sistema”, ed ecco che unioni come la nostra non possono che essere viste di “buon occhio”.
Ti posso anche anticipare che sto lavorando ad un’altra sinergia, che darebbe un ulteriore spinta a Maremetraggio oltre che all’altro evento».

Chiara Valenti Omero con Sergio Rubini
In Italia in periodi di crisi la prima voce alla categoria tagli è la cultura, seppure generi un circuito economico su larga scala ed è, ormai, un bisogno che si può definire primario. Come risponde il pubblico ad eventi come il vostro, quanto sono importanti per una società evoluta e in che modo trovate la linfa vitale per andare avanti nel vostro percorso?
«Da un recente studio che, come AFIC (Associazione Festival Italiani Cinema, io sono nel direttivo nazionale), abbiamo commissionato allo Iulm di Milano è emerso che per ogni euro speso per la cultura si genera una caduta sul territorio pari a tre.
Nonostante questo, come dici tu, purtroppo la prima cosa ad essere tagliata è la cultura, d’altra parte, forse, stiamo pagando per chi in passato si è permesso di dire che “con la cultura non si mangia”…
Io credo, invece, che la cultura sia un bene primario, dal quale non poter assolutamente prescindere in una società che voglia crescere. Il pubblico che viene a Maremetraggio credo dimostri proprio questo: che di eventi come il nostro c’è bisogno e che è importante, proprio per quel migliaio di persone che ogni sera ci segue al cinema, trovare la forza di andare avanti.
Io dico sempre che la nostra forza sono loro, ed è soprattutto per loro che si continua a combattere 365 giorni all’anno. Perché è proprio così, tante persone non riescono a credere che appena finita un’edizione del festival già si stia lavorando a quella successiva, eppure…
Ed ogni volta è un ricominciare daccapo, da tutti i punti di vista.
Abbastanza logorante, confesso!».
Logorante ma appassionante, soprattutto quando si cresce e si hanno riscontri positivi.
Sono d’accordo con te, “la cultura è un bisogno primario” e genera sostanziose ricadute economiche su vasta scala e a lungo termine.
Cosa cerca il pubblico in un festival cinematografico, da cosa è attratto e quanto è importante il contatto diretto fra gli spettatori e gli artisti che vi partecipano?
« Credo che ci siano diversi tipi di pubblico. Ci sono quelli che vengono perché attratti dall’evento e dagli ospiti che vi partecipano; quelli che vengono per vedere un genere poco visibile, come quello del cortometraggio; quelli che vengono per scoprire dei film (le opere prime) che altrimenti non avrebbero modo di vedere; quelli che vengono semplicemente perché amano il cinema; quelli che vengono perché fidelizzati e gran frequentatori di festival cinematografici; quelli che vengono semplicemente perché siamo in estate, all’aperto, in un contesto simpatico ed informale nel quale passare piacevolmente una serata. Ecco, chissà quanti altri tipi di pubblico ci sono, ma tutti assolutamente importanti per noi.
A Maremetraggio abbiamo sempre prestato un “occhio di riguardo” al contatto diretto tra gli spettatori e i vari ospiti, ed in effetti ha pagato. Credo che questo sia molto importante, sia per il pubblico, sia per il festival e, perché no, anche per il regista o per l’attore di turno che riescono ad interagire da vicino con chi li ama e li segue».
Il vostro festival ha luogo a Trieste, una piazza mitteleuropea per tradizione, quanto e se consideri importante il respiro d’Oltralpe che contraddistingue questa città sulla mentalità, sull’organizzazione e sulla crescita di Maremetraggio?
«Trieste è una città meravigliosa e difficile proprio per questo suo aspetto.
E’ una vecchia signora un po’ snob, un po’ riottosa di fronte alle novità, un po’ diffidente nei confronti di tutto ciò che in un qualche modo tenta di stravolgere lo status quo, però una volta che ci sei dentro, una volta che il tuo pubblico l’hai conquistato, sono assolutamente convinta che sia una città che non ti lascia più.
E’ una città in cui credere, per la quale forse dover lottare e alla quale voler continuare a donare quanto, di persona o attraverso un evento come il nostro, hai da donare.
Bisogna amarla, ed io la amo.
Spero mi ripaghi dando la possibilità a Maremetraggio di continuare ad esistere, ed in tempi come questi credimi che non è poco!».
Chiara Valenti Omero e Alba Rohrwacher
Tu sei il presidente e il direttore artistico di un festival dedicato agli emergenti, hai di certo la visione chiara sul cinema in Italia, vuoi delinearci un quadro personale sulle tendenze più apprezzate dal pubblico e sui punti critici e positivi del sistema cinema in Italia?
«Guarda, non sono di certo la persona più indicata a fare un’analisi di questo tipo, perché, purtroppo, dovrei prendere atto che, ahimè, sono i cinepanettoni e film simili ad avere la meglio.
Io credo che, al di là della crisi globale contingente e dei gusti del pubblico (aggiungiamoci anche che, oggi, costa 10 euro andare a vedere un film, sempre ammesso che tu non ci voglia mettere poi una pizza vicino… Non tutti se lo possono permettere per più di una volta al mese), ciò che scontiamo è, forse, il poco amore da parte degli italiani per il cinema italiano in genere.
In paesi come la Francia, ad esempio, il pubblico difende i propri film, andando a vedere prima quelli e poi caso mai i film stranieri o delle major; da noi credo succeda esattamente l’opposto. A meno che non si tratti di cinepanettoni appunto et similia».
Maremetraggio ha un staff al femminile, cosa assai rara in Italia, paese con un’impronta ancora decisamente al maschile. Quali sono i vostri punti di forza e quali quelli di debolezza e qual è la marcia in più che ritieni abbiate, come donne, nel dare un’impronta innovativa all’organizzazione di Maremetraggio?
«Mah, guarda, sinceramente siamo nate tutte donne ed abbiamo proseguito su questa strada sicuramente non per scelta ma per combinazione.
Insomma, non che un bel e bravo maschietto non ci farebbe piacere averlo in ufficio ogni tanto. Se non altro per fargli fare i lavori pesanti che, invece, dobbiamo fare noi…
Scherzi a parte, non credo ci siano grandi punti di forza legati al sesso femminile, ma piuttosto la capacità di aver costruito negli anni un gruppo compatto di persone, casualmente donne, che si rispettano e che hanno il piacere di lavorare “gomito a gomito”.
Tutto qua.
E siccome, come gran parte delle donne, siamo capaci di accettare le nostre innumerevoli debolezze ed i nostri “momenti no”, ecco che anche questi diventano risorse positive dalle quali attingere energie vitali.
E poi… ci vogliamo bene, vuoi mettere?
E riusciamo a sopportarci anche nei momenti bui…
Ora che ci penso, un uomo saprebbe fare altrettanto?».
In connessioni complicate, con la carica positiva ed energica di Chiara, che chiude con ironia la nostra intensa chiacchierata, siamo arrivate alla fine di questa traversata nei mari del cinema.
Tanta voglia di fare, di crescere, di puntare sui giovani, sul territorio e sull’economia della cultura sono, di certo, punti vincenti in periodi di crisi.
Buona navigazione a Maremetraggio ed alla sua vitale e passionale capitana.





