Fatte non foste a viver come bruti
“Odi et amo, Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior”.
Come sia possibile crocifiggere la cultura, depauperandola, defraudandola e scacciandola ai margini, senza che nessuna voce di dissenso sappia tramutare slogan e parole al vento in un solido un rompighiaccio capace di rompere la spessa coltre di ottusità, ignoranza e diseconomia vigente non me lo so spiegare.
In primis è d’obbligo capire, una volta per tutte, una cosa essenziale, evitando l’imbecillità imperante da “se hai il vuoto dentro hai fatto centro”: la cultura è l’incipit e l’excipit stesso di una società, di una nazione, di un’etnia e di ogni singolo essere umano. Senza di essa non si hanno radici né nuovi innesti da far crescere, si è solo marionette i cui fili sono mossi a discrezione dei burattinai.
Capire, conoscere, imparare, ragionare secondo la personale logica, con il proprio cervello e non per “frasi fatte”, buone solo per incartare un cioccolatino, cercare l’essenza dei contenuti e non limitarsi alla confezione di parole vuote sarebbe atto necessario e dovuto, prima di tutto verso sé stessi. Senza cultura una società muore, ma, forse, nel mondo attuale, non importa quasi a nessuno.
Dimenticare è atto semplice e comodo, soprattutto per chi dirige i giochi, ma conoscere i percorsi storici dell’umanità è l’unico modo sicuro per evitare di reiterare i medesimi sbagli per banale ignoranza, come dice il proverbio “Errare humanum est, perseverare autem diabolicum, et tertia non datur”.
Ignorare, sia chiaro, non è un male irrimediabile, ma diventa peccato mortale se non si colmano i propri vuoti di conoscenza, con umiltà e pazienza.
Superato lo scoglio dell’ovvio ragioniamo sull’immenso circuito economico che la cultura (e con essa, intendo letteratura, arte, design, archeologia, architettura, pittura, scultura, storia, cinema, teatro, economia, know how, cultura popolare, tecnologia e molto altro ancora, n.d.s.) genera. In un paese come il nostro la “cultura”, da sola, potrebbe comodamente impiegare tutta la popolazione esistente, senza esagerazioni. Peccato sia più comodo etichettarla come peso, non è difficile fare operazioncine semplici sui tre valori: spesa, ricavo, guadagno.
Partiamo dall’indotto basilare, ossia, da tutta la forza lavoro che mette in campo, partendo dai professionisti e tecnici (si potrebbe obiettare che non sempre c’è meritocrazia, vero, ma è risolvibile a monte la questione, se solo lo si volesse davvero…), passando per le università, gli istituti e le associazioni culturali, sino ad arrivare ai custodi. La cultura mette in circolo enormi risorse, umane, produttive e finanziarie e genera movimenti a saldo nella voce “entrate”. Nonostante la crisi gli spettatori e gli utenti paganti aumentano (nei musei, negli eventi collaterali, etc), segno che la cultura è un bisogno reale e che i denari si incassano (magari si perdono per la via, ma questa è altra storia, fra l’altro, tipicamente italiana).
Questa è solo la punta dell’iceberg ma un singolo evento genera a pioggia una ricaduta positiva a cerchi concentrici allargati, che si allontano molto dal suo epicentro, movimentando l’economia a micro e macro livelli.
Vi pare esagerato? Semplifichiamo con un esempio banale: un evento culturale qualsiasi, festival o mostra scegliete voi, oltre ai professionisti, richiede personale tecnico specifico per gli allestimenti ad esempio, o per i restauri ad hoc, e i materiali necessari, che devono essere acquistati e, ovviamente, questi sono stati prodotti da aziende (tradotto: acquisto, produzione/trasformazione/vendita/consegna/messa in opera); in un festival, poi, ci sono i partecipanti che per creare le opere in concorso generano micro economia, persone coinvolte, creazione di circoli di collaborazione, acquisto o nolo dei materiali, invio degli stessi, a mezzo posta o corriere (che devono essere pagati e incrementano i loro incassi in funzione dell’evento, entrate che non avrebbero altrimenti avuto). Se, poi, i vincitori diventano famosi è un ritorno d’immagine per gli organizzatori immenso; comunicazione (tv, giornali, radio, internet) e pubblicità, non solo le agenzie coinvolte ma l’effetto che partecipare ad un evento, ospitarlo o esserne promotori genera, poi, su vasta scala e su lunghi periodi, con ricadute oggettive monetizzabili a sostegno del brand o del luogo ospitante. Un esempio? Confrontate Torino pre e post Olimpiadi e ve ne renderete subito conto; gadget, accessori, libri e simili legati alla mostra che sono ideati, prodotti, pubblicizzati, trasportati, venduti, attraverso una lunga filiera. Diventano, inoltre, una pubblicità extra continua nel tempo per l’evento e per i loro produttori; agenzie e strutture turistiche, di ogni genere e grado (bar, alberghi, ristoranti, etc), e commerciali che sono coinvolte a più livelli; i trasporti, non solo le ditte di spedizione che muovono materiali, strumenti, etc per l’evento stesso, ma i trasporti pubblici, che sono scelti da migliaia di persone, in Italia e all’estero, per recarsi all’evento, i benzinai e le autostrade, chiamati in causa per le utenze che utilizzeranno un mezzo privato; lo Stato stesso che, se è pur vero che eroga finanziamenti (quasi tutti europei), incamera imposte e tasse da tutti gli agenti coinvolti in questo immenso processo già descritto; etc.
Potrei andare avanti all’infinito ma l’elenco è sufficiente per provare che definire la cultura un peso di saldo negativo è, non solo da stolti, ma diseconomico, alla stessa misura dei tantissimi atti di scempio perpetrati ogni giorno a danno del nostro immenso patrimonio culturale.
Auguriamoci che Gesù Bambino (o Santa Lucia, San Nicola, Babbo Natale o la Befana, purché almeno uno ascolti) porti agli italiani come regalo di Natale la logica ragione, per sostenere, promuovere e sviluppare la cultura in tutte le sue manifestazioni, e, indi, l’economia reale di un paese che, avendo tradizione, risorse, idee e know how, non dovrebbe nemmeno conoscere il significato della parola “crisi”.




